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mercoledì, ottobre 03, 2007
CARO AMICO/A
Sto posto ‘sta a diventà un po’ troppo banale e didascalico, sarà pure perché ho tanto “tempo” da recuperare e mi prende un po’ di horror vacui… Comunque… Tuttavia… Buttiamoci un po’ su qualche problema adolescenziale…
Ma converrà credere ancora nell’amicizia?
Voglio dire, conviene far diventare l’amicizia un punto fisso nella vita (da cui conviene avere punti fissi nella vita? Ma questa è un'altra storia…)?
Conviene fidarsi degli uomini? Sembra strano che sia io a farmi queste domande, io che sarei un umanista abbastanza convinto, però se si ama la natura dell’uomo per quel che è la si ama anche per quel che non riesce ad essere. Si dovrebbe essere amici anche delle imperfezioni dell’uomo, dei difetti dell’amico, delle sue mancanze, secondo coerenza ci dovrebbe piacere tutto dell’amico, eppure io non ci riesco, sarò pignolo, sarò ipocrita, ma io non ci riesco!
Non riesco a definire una persona “migliore amica” da una parte e perdonargli delle mancanze dall’altra, o meglio alcune mancanze (non è che sono un bastardo così bastardo).
Si ma lo so che sono stronzo, se è questo che pensi o venerabile lettore/rice, però abbi pazienza, ormai c’ho 22 anni non è che posso credere ancora nelle “migliori amicizie” perché è palese che non esistono! Esistono dei periodi più o meno lunghi (bellissimi tra l’altro) nei quali ti pigli con una o più persone, ma accade (non sempre eh, ma comunque può accadere) che questi periodi finiscano, e accade perché ci si stufa dell’altro/a/i, si danno per scontate tante cose, si cambia/cresce/evolve/muore.
Sento una miriade di persone che vedono l’università come un posto ottimo per nuove amicizie, in sostituzione a vecchie delusioni, quasi come se fosse l’inizio di una nuova vita per tagliare i ponti con la vecchia, ma è una visione fin troppo estremista questa.
Non ho usato le nuove amicizie che mi sono fatto in facoltà per sostituire le vecchie come se stessi riverniciando un muro scrostato… Certo fare confronti è inevitabile però personalmente sono giunto all’idea che bisogna prendere l’amicizia come una cosa positiva come ci viene data gratuitamente, e che viene gratuitamente restituita nella stessa quantità, senza però appiccicare (o farsi appiccicare) con relativo entusiasmo delle belle targhe d’oro massiccio con su scritto “BEST FRIENDS OF THE YEAR”.
In realtà non è vero che non ho delle amicizie secolari… In realtà ne ho e le riconosco fin troppo bene, si fanno vive sempre quando devono…
Un bacio a queste persone.

martedì, ottobre 02, 2007
ANTICA GLORIA
“L'Architettura è una scienza, che è adornata di molte cognizioni, e colla quale si regolano tutti i lavori, che si fanno in ogni arte.”
Marco Vitruvio Pollione
Tra le tante occupazioni dell’architettura vi è anche quella di ricordare le gesta dell’uomo, probabilmente una buona architettura è anche un’architettura che mostra il lavoro fisico e mentale dell’uomo oltre che un’architettura che fa belle rovine.
La gloria terrena dell’uomo risiede nella realizzazione degli archi di trionfo romani, risiede nello scarico a terra delle forze dei colossali marmi che il nostro sudore ha innalzato sulle chiavi di volta, risiede nei tre fornici intervallati da colonne o paraste (tre come i tre ingressi al tempio etrusco di Giove Ottimo Massimo) di cui il centrale è maggiore degli altri due laterali (a sottolineare l’uomo che l’ha eretto, vincitore, primus inter pares), ma c’è gloria anche nelle cupole oceaniche delle basiliche e prima fra tutte nella cupola del Pantheon, tanto immensa nelle sue dimensioni e nel suo significato da sprigionare un influenza illimitata, eppure si tratta di una gloria sollevata, una gloria che non è nostra.
Noi siamo arco, ma la cupola è un arco che ruota sull’asse della sua chiave di volta, è un insieme di infiniti archi che tendono verso l’alto.


La cupola è simbolo di un’altra gloria, non è un caso che il Pantheon sia un tempio e non un tempio qualsiasi ma il tempio che accoglie tutti gli Dei, e questo spunto non è certamente sfuggito a quel fiorentino di 24 anni che venne a Roma nel 1401, al seguito dell’amico Donatello, col preciso intento di carpire le tecniche con cui i Romani sovrastavano i grandi saloni.
Quel fiorentino torna a Firenze perfettamente padrone dell’esperienza tecnica romana, nel 1420 inizia ad innalzare una cupola del diametro di 41,50 m e dell’altezza di 34 m, senza l’uso di una centina. E’ quindi Filippo Brunelleschi a realizzare il desiderio tardogotico di concludere il duomo di Firenze con una cupola degna delle sue proporzioni, e per perseguire il suo obiettivo apprende da Roma la lezione sulla gloria terrena e sulla gloria divina che nel cristianesimo diventano una sola.
Alberti, amico e contemporaneo di Brunelleschi, studioso del greco e nel latino, non fa in tempo a vedere neanche la prima pietra della chiesa di Sant’Andrea a Mantova (è 1472). In Sant’Andrea troviamo un arco di trionfo in facciata sormontato da una cupola semisferica (in realtà oggi vi è una cupola barocca del Juvarra), la gloria di Gesù sulla terra e la gloria di Dio nei cieli vengono perfettamente riassunti in un tempio che parla come gli antichi, ma non è questa la sintesi di tutti questi studi, di tutti questi spunti.


Dio si è fatto uomo e ha vinto la morte sulla terra risorgendo nei cieli, l’uomo è fatto ad immagine di Dio ed è suo figlio e sua espressione massima e questo concetto è più che degno di un monumento gigantesco che lo ricordi.
L’occasione arriva quando il nuovo linguaggio nato dall’antico giunge all’orecchio del soglio di Pietro, nel 1505 Giulio II dava inizia al lungo processo della reverenda Fabrica Sancti Petri.
Bramante disegna una pianta centrale a quincunx, cioè a croce greca con altre quattro croci greche più piccole disposte simmetricamente intorno ad una grande cupola centrale (da Wikipedia), e in più San Pietro dovrà essere un martiria e nel suo movimento concentrico sarà monumento funebre, monumento divino e monumento umano su scala gigantesca, sarà il più grande tempio della cristianità.
Bramante muore nel 1514, gli succede Raffaello, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane e infine Michelangelo.
Non si può prendere semplicemente come oro colato la genialità di Michelangelo, è necessario chiedersi il perché lo è, perché è IL GENIO.
Michelangelo è l’unico che capisca realmente gli intenti di Bramante, sebbene sia il suo rivale capisce l’importanza dell’impianto centrale.
“Messer Bartolomeo, amico caro.
E’ non si può negare che Bramante non fussi valente nella architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli antichi in qua. Lui pose la prima pianta di Santo Pietro, non piena di confusione, ma chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che non nuoceva a cosa nessuna del palazzo; e fu tenuta cosa bella, e come ancora è manifesto; in modo che chiunque s’è discostato da detto ordine di Bramante, come à fatto il Sangallo, s’è discostato dalla verità; e se così è chi à occhi non appassionati, nel suo modello lo può vedere.”
Michelangelo a Messer Bartolomeo Ammannati
Buonarroti da a San Pietro una forma a diamante più spaziosa e articolata delle precedenti piante, un edificio tanto luminoso nei vuoti che solido nei pieni che si conclude con una stupenda cupola costolonata (Anch’essa all’origine doveva essere semisferica ma divenne a sesto rialzato per motivi tecnici, a portarla a termine fu Giacomo della Porta nel 1590). Il suo essere inarrivabile trova base nella sua sensibilità verso le idee rinascimentali e nel suo farsi strumento di queste idee rappresentandole nell’unico modo possibile, realizzando un edificio finito in se stesso, al quale nulla può essere tolto o aggiunto, come se si trattasse di una scultura quale il suo Mosè, una statua in grado di intimorire lo spettatore allo stesso modo della mole San Pietro.
La gloria terrena e la gloria dei cieli sono qui riuniti, e non c’è una premessa che le descriva ma vi si giunge attraverso i tortuosi vicoli di borgo pio, e appena si apre lo spazio della santa basilica l’uomo si spaventa di tutto lo splendore del travertino, diventa piccolo, si chiede come è mai riuscito ad edificare tutte quelle colonne che sembrano erette dai ciclopi, ma poi capisce che è lui stesso a sostenere, a toccare, a vedere la volta del regno dei cieli e la mano di Dio che gli viene tesa da padre a figlio…


La reverendissima Fabbrica non si concluse con il progetto michelangiolesco ma proseguì con gradi cambiamenti che stravolsero parte del progetto del maestro. Le imposizioni del Concilio Vaticano II mutarono la pianta centrale in un compromesso tra quest’ultima e una pianta a croce latina, gli interventi di Maderno non bastarono a concludere felicemente l’edificio, ma i successivi geniali interventi berniniani li mitigarono abbondantemente. Gli sventramenti che cancellarono spina di borgo tra il 1936 e il 1950 ci hanno tolto molto delle idee michelangiolesche, ma la gloria di San Pietro rimane visibile sotto qualsiasi punto di vista.
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