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domenica, aprile 22, 2007
COMMENTARII DE BELLO CIVILI
Pars IV
Il giorno in cui la repubblica cadde fu un 21 aprile del 2020, senza dubbio una data simbolica, ma fortunatamente molti avevano dimenticato le tradizioni, non immaginavano che quel giorno sarebbe stato l’ultimo del loro potere.
Negli ultimi tempi circolavano strane notizie, ma non provenivano dalla televisione, quella era ormai in mano al regime e trasmetteva solo notizie “rassicuranti” e ”distensive”…A nord, a Orvieto, il sindaco di centro sinistra era stato rapito; a Milano c’era stata un insurrezione e tutta la giunta di centro destra fu costretta ad asserragliarsi nel municipio, protetta dalla polizia; a Napoli il cadavere di un capo camorrista penzolava da un cornicione di un palazzo del quartiere spagnolo, al collo aveva un cartello con su scritto “né la camorra…”; a Palermo davanti ad una saracinesca di un garage della periferia giaceva un capoclan malavitoso trivellato di colpi da arma da fuoco, su un muro poco distante c’era scritto “…né la mafia!”.
Tutto questo lo venni a sapere tramite internet, ero uno dei pochi che ancora riusciva a sviare le reti criptate dal governo...Loro si stavano muovendo…Presto sarebbero arrivati.
La prima a cadere fu Napoli, dove eravamo molto potenti, la seconda fu Milano, tanto per far comprendere a tutti che tutta l’Italia era con noi.
Palermo, Torino, Bari, Bologna, Reggio Calabria, Venezia, Messina, Firenze…Intorno a Roma tutto stava cadendo, istituzioni, municipi, prefetture…Tutti si stavano arrendendo, e molti si univano al movimento, molti altri cadevano con coraggio da nemici, molti altri (moltissimi) s’inginocchiavano, piangevano, cercavano di arringare le folle con le suppliche, come i grandi congressi del partito democratico, o come quelli dove Berlusconi raccontava le barzellette, o come le cazzate di Prodi quando lo votammo…Mi chiedo ancora oggi quale spirito pietoso abbia guidato i nostri capi, per fargli decidere di non uccidere tutti quei buffoni, invece di destinarli al carcere speciale di Baia Terra Nova.
Ma non importa, importa di quel giorno.
A Roma non si girava, le strade erano deserte, la paura era tanta.
L’idea dell’esercito governativo era di ammassarsi lungo il raccordo anulare usandolo come un vallo di difesa estrema contro il nostro esercito…Non era un idea poi così folle, poteva funzionare con tutta l’artiglieria che avevano ammassato.
La città non sapeva del vallo improvvisato, o meglio lo sospettava, ufficialmente il raccordo era chiuso per “grandi lavori di manutenzione”…Evidentemente al ministero dei trasporti avevano un grande senso dell’umorismo.
I nostri sapevano che (sebbene fossero in vantaggio numerico) sarebbe stata una pazzia attaccare in modo diretto il G.R.A., avrebbe avuto lo stesso effetto del mare contro gli scogli, per questo idearono un diversivo per penetrare nella città nel modo più insospettabile.
Alle 3:30 del 21 aprile l’esercito che ci doveva liberare attaccò in sette punti diversi, si concentrò soprattutto nei punti dove il raccordo attraversava il Tevere, sull’incrocio tra la Flaminia e il raccordo e lungo l’Ostiense, in questo modo diedero l’idea di voler usare il fiume come testa di ponte per la capitale, fu così che anche le guarnigioni di stanza all’Anagnina andarono a rinforzare i ponti sul Tevere lasciando quasi sguarnita quella posizione. Chi abitava nei dintorni, come anche metà del Tuscolano, era stato da tempo evacuato verso l’interno, all’altezza dell’Appio-Latino, perciò quasi nessun romano assistette allo scoppio che distrusse completamente quel tratto dell’estremo “limes” di Roma.
Fu il nuovo inizio.
La mattina dopo la I legione Nova Italica, formata da volontari ribelli, occupava palazzo Chigi e il Quirinale; per entrare nel centro usarono le gallerie della metropolitana, marciarono sottoterra per chilometri senza incontrare resistenza.
L’esercito repubblicano, stretto tra due fuochi, si arrese ed ebbe l’onore delle armi.
Il giorno stesso il capo dello stato sciolse le camere e conferì poteri speciali provvisori al nostro generale (…) che diede disposizioni per indire nuove elezioni libere per il senato e il parlamento…Ma soprattutto per ricominciare, per far riemergere quel sogno che ci unì tutti nel 753 a.c. e ancora non c’abbandona.
La gloria perdura in chi è nato per dare significato alla gloria.
Possis nihil Urbe Roma visere maius…Roma è tornata.

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