DOMUS AEREA

martedì, marzo 27, 2007


INTERMEZZO

...E se improvvisamente perdeste di vista il Perny?
Per alcuni questa domanda è inutile, per altri potrebbe essere necessaria, altri ancora sperano di rispondere: “non me ne fregherebbe nulla”.
Ultimamente mi viene da pormi molte domande sulle mie amicizie…Mi chiedo cosa pensino i miei amici del nostro rapporto, se ne siano soddisfatti, se abbiano problemi con me, ma non è l’ansia a guidare i miei dubbi, al contrario si tratta di una specie di “studio statistico”…
Prima pensavo che il tempo non fosse una condizione importante per una buona amicizia, ma ho capito che mi sbagliavo, al contrario spesso si rivela una condizione importante. Conoscersi vuol dire esprimersi liberamente e lasciare a chi si vuole bene lo spazio perché possa farlo a sua volta, dal momento che è necessario essere disponibili a dare spazio al proprio amico se lo si vuole conoscere; in questo il tempo ha un ruolo principe perché: o forza la conoscenza reciproca, oppure la approfondisce in modo favoloso.
Oggi mi sono reso conto che quella che ritenevo una variante trascurabile rischia di riproporre pesantemente le sue ragioni come una scadenza improrogabile, così volevo chiedere a coloro che sono miei amici e leggono questo blog:
Cosa pensate del nostro rapporto?
Se un giorno ci perdessimo di vista vi mancherei?
Rispondete sinceramente e senza paura…
See you later.

Pioggia di omini magrittiani...



postato da Ciciorix | 00:17 | commenti (3)

martedì, marzo 20, 2007


VIZI DI GIOVENT
Ù

A guardarlo dal 2007 il ventesimo secolo sembra un densissimo e sofferto cammino senza una meta.
Nessuno sa verso cosa andiamo incontro, ma per quanto questo sia un dubbio che ricorre per ogni secolo (e puntualmente non trova e non troverà mai risposta), non capisco perché lo abbiamo aggirato continuando a bere avidamente il nettare sedante del relativismo.

Passo dopo passo, teoria dopo teoria, tutti subiscono la travolgente spinta disossatrice di un “ismo” che diventa facilmente pericoloso se usato senza criterio.
Il fatto grave è che ho sentito troppi estremismi provocatori; obiezioni opinabili, che hanno la presunzione di spezzare in una sola frase sentimenti e idee che da millenni sostengono sogni, pensieri, modi di osservare, di disegnare, scrivere e fare…Siamo uomini “faber” noi, e distruggere tutto non dovrebbe essere nelle nostre predisposizioni, sebbene sembra che facciamo di tutto per smentirlo.
Eppure sembra che sia così: la globalizzazione ha bisogno d’un terreno solido e piano dove poggiare e ha deciso di usare il relativismo come schiacciasassi; menti con meno idee possibili si influenzano meglio, è un po’ come se regnasse un caos.
Abbiamo un coltello fino che districa con un taglio netto tanti nodi, eppure se non lo usiamo con correttezza può uccidere.

Ma forse confondo il relativismo con l’ignoranza…Non riesco a spiegarmi l’architettura di oggi, non riesco a spiegarmi la sua sostanziale inconsistenza.
Non si tratta semplicemente di un parere personale, perché se è vero che un’opera pittorica o scultorea può trovare una motivazione soggettiva per chiunque la osservi, così non è per l’architettura che prima di tutto è una faccenda tecnica e tettonica, poi (dopo essersi fatti il mazzo tra norme e soluzioni tecnologiche) un’arte.
È facile tentare di comporre architettura e poi stabilire autonomamente che si tratta di architettura, così come è facile inserirsi in un contesto adoperando linguaggi (?) che fanno riferimento solo a se stessi; che ne sappiamo noi di architettura quando ci basta un render sparafleshato per scucirci un:”che figata!” come se ormai bastasse davvero un elaborazione grafica per essere professionisti?

È qui che vince i linguaggi senza significato, senza un’idea di fondo, e mi piacerebbe tanto essere smentito su questo punto, eppure è così. Come ne aveva Roma così per l’architettura esistono leggi non scritte, rapporti formali che inducono il nostro stesso istinto a reagire di conseguenza di fronte all’edificio; si tratta di codici che è difficile e raro saper spiegare compiutamente, cercherò di chiarificarvene alcuni con qualche esempio: se vi è mai capitato di percorrere in macchina via Labicana partendo dall’incrocio con via Merulana in direzione del Colosseo, sono certo che non avrete potuto fare a meno di notare l’edificio in intonaco bianco e finestroni neri all’altezza della basilica di San Clemente, al contrario (proseguendo in direzione del Colosseo) potrebbe esservi sfuggita la presenza di un edificio statale dalle caratteristiche abbastanza moderne. Al di là del giudizio estetico (personalmente non mi piacciono entrambi) penso che si possano fare altre considerazioni; il primo edificio è completamente avulso dal contesto e sembra miri a farsi notare il più possibile (esiste lì da più di 20 anni, ogni volta che ci passo davanti non posso davvero fare a meno di notarlo), trattandosi di un hotel potrebbe rientrare tra le caratteristiche richieste dalla committenza, eppure se è un assoluto considerare proprio della qualità edilizia il grado di inserimento del manufatto nella trama urbana, ci troviamo di fronte ad un errore notevole. Per quanto riguarda il secondo edificio (rimandando ai gusti di ognuno per il giudizio estetico), è lecito ammirarne la sua armonia col contesto; tramite un buon uso di colori e materiali che legano con lo spazio circostante e una forma che non interrompe il fronte stradale: si è ottenuto un risultato discreto. Tuttavia ora sarebbe ingiusto stabilire che la buona architettura deve passare inosservata senza ergersi rispetto all’intorno urbano, è ovvio che questo viene deciso a seconda di ciò che la committenza e l’edificio stesso esprimono nelle loro richieste formali, in architettura non si fa niente senza un motivo plausibile, ma c’è un ambiente circostante da rispettare ed è per questo che il primo edificio non sembra avere per nulla motivazioni formalmente valide.

L’errore del contesto non è un errore opinabile, esiste in virtù del fatto che non si progetta nulla dal nulla, ma ci si riallaccia sempre ad un discorso iniziato precedente. I discorsi provvisti di una memoria storica forte hanno il diritto di essere rispettati; ragionando sulla poetica del frammento architettonico da cui ricavare “l’architettura ritrovata”, Aldo Rossi afferma:

Questa architettura ritrovata fa parte della nostra storia civile; ogni invenzione gratuita è allontanata, forma e funzione sono ormai identificate nell’oggetto, l’oggetto, sia parte della campagna o della città, è una relazione di cose; non esiste una purezza del disegno che non sia la ricomposizione di tutto questo e l’artista alla fine può scrivere come Walter Benjamin “Io però sono deformato dai nessi con tutto ciò che qui mi circonda”.

L’emergere delle relazioni tra le cose, più che le cose stesse, pone sempre nuovi significati”.


Ritengo che in questo breve periodo sia racchiuso tutto il senso dell’essere “riscrittori” della città.

"Architettura assassinata" Aldo Rossi 1974

postato da Ciciorix | 01:36 | commenti (3)

lunedì, marzo 12, 2007


Navigando in internet sono giunto qui
L'ultimo commento mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di rubarlo e trascriverlo qui con tanto di firma dell'autore...

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Al convegno non ci sono stato e quindi non esprimo pareri sullo specifico. Voglio semplicemente esternare, con intenzione palesemente autoreferenziale, che nella mia personalissima scala di valori artistici, considero Franco Purini non solo il più importante architetto italiano vivente (innumerevoli spanne sopra qualunque altro nome mi sovvenga) ma addirittura (quale ardimento!) uno dei più importanti della storia moderna dell’architettura. E dico questo per ammettere che sicuramente sul personaggio Purini non sono obiettivo… d’altra parte la mia smisurata ammirazione non nasce certo da fattori privati (visto che non coltivo col sig. Purini alcuna relazione personale), bensì nasce da considerazioni eminentemente critiche: quanti architetti hanno letteralmente ‘inventato’ un nuovo modo di fare architettura? Direi che non sono in molti e Franco Purini è fra questi. E mi riferisco al suo modo di parlarci di contraddizioni, di complessità, di relativismo partendo sempre dall’esatto opposto ovvero dall’assoluto, dall’oggettivo, dall’archetipo, dal segno cristallizzato, per poi imprimere a questi assoluti una leggera devianza, quasi impalpabile eppure radicale, fortissima, al limite del necessario… mi riferisco al suo modo di fare architettura partendo da un linguaggio consolidato e destabilizzandolo col germe dell’errore… Quindi da parte mia, credo si sia capito, fiducia incondizionata ad un personaggio che mi fa sentire orgoglioso di essere architetto! Aspetto come un evento il suo Padiglione Italia, che immagino totalmente svincolato dalle logiche clientelari cui allude il sig. Muratore nel suo articolo… magari mi sbaglio e per una volta Purini mi delude, tanto per fare una cosa nuova e originale…. E comunque, da assiduo frequentatore di questo blog, mi sorge spontanea la domanda: perché tante critiche anche su Franco Purini? Non mi sembra che gli si possa attribuire la ‘colpa’ di appartenere al tanto vituperato e odiato starsystem internazionale né la ‘colpa’ di avere cinicamente monopolizzato i grandi incarichi professionali in giro per l’Italia: stiamo parlando di un genio (o comunque di un ottimo architetto) che ha fatto fatica, nel corso della sua carriera, a mettere due mattoni l’uno sull’altro, quindi probabilmente non sarà, almeno lui, un bieco lobbista… Questa volta le critiche erano rivolte al pensiero e all’opera? E allora attenderei con curiosità e interesse un intervento del sig. Muratore sul pensiero e l’opera di Franco Purini e magari da lì sviluppiamo un bel dibattito con tutti i frequentatori del blog
buona giornata a tutti
alessio lenzarini

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postato da Ciciorix | 23:58 | commenti (1)

sabato, marzo 10, 2007


Uno degli effetti dei salti di qualità...

Come si può definire un luogo che non c’è?
Esistono uno o più luoghi mentali dentro tutti noi ed esistono uno o più luoghi urbani al di fuori di tutti noi, la differenza che separa i due concetti è molto più sottile di quanto l’apparenza suggerisce; la domanda che ho esposto all’inizio è sufficiente a mettere in moto il meccanismo della rappresentazione grafica che porta un luogo mentale a diventare un progetto.
Fino qui c’è la sintesi di tutto ciò che ho imparato della progettazione intesa  sul piano del ragionamento.
É
scandalosamente poco.
Perché è poco? Perché questo può bastare per una progettazione banale che magari parte da intenti di buona volontà, di valori definiti e finisce col copiare particolari tecnologici particolarmente affascinanti da una rivista per genuino spirito estetico, ma con la stessa logica con la quale si versa un barattolo di maionese in una carbonara; può soddisfare chi insegue un’idea bella aggrappandocisi con la stessa tenacia di un politico con la sua “poltrona”, salvo poi degenerare nella staticità o nella ridondanza. Questo concetto può bastare a chi si crede già bravo quanto Mies.
A me non mi bastano.
Nella mia testa riecheggia una frase del ghibellin fuggiasco:“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”.
Io credo che sia arrivata l’ora di fare un salto di qualità, credo che sia arrivata l’ora che io impari un metodo per comporre l’architettura, definire i suoi brani icastici ed estrapolarli dalla consueta tipologia normativa.
Trovo necessario strappare il velo di maya della tipologia che pur semplificando il mercato immobiliare ne ha appiattito quasi del tutto
la qualità.
Trovo
necessario passare dal paesaggio originario che si forma nella mia mente al sentire parole come “non luogo”, “caravanserraio”, “metaluogo”, all’immediata trasformazione morfemica che ne consegue nella nostra mente.
Un non luogo può essere una stazione di servizio, un aeroporto, una stazione ferroviaria, un luogo che non ha radici con il territorio non è che un non luogo, un sito di passaggio, di transito, dove non è possibile stare o fermarsi; ne consegue che non è la funzione a dare forma o la forma a fare la funzione, ma è l’essenza, la presenza, gli eventi che vi avvengono a dare pulsione, forma, vibrazione, funzione all’edificio.
Ci sono lezioni che si capiscono solo se si abbattono tutte le certezze e per poi ricostruire tutto da capo, e non si guadagna solo un concetto in più, ma spesso si può accedere a porte della mente nascoste da cumuli di pregiudizi e da polverosa pigrizia…Tutto sta ad accettarlo.


postato da Ciciorix | 01:18 | commenti (2)

mercoledì, marzo 07, 2007



"Lascia che mi odino purchè mi temano"


Marco Tullio Cicerone




Ah, dimenticavo...
Fred e Pernambucano, siete du fiji de 'na mignotta...
Sempre in grande amicizia...

postato da Ciciorix | 00:46 | commenti (2)

lunedì, marzo 05, 2007

 

DE BELLO CASSETTICO

Allorquando alcuni reparti della cavalleria leggera ebbero ad avvistare le avanguardie delle schiere di Cassettivellauno e degli altri galli accorsi, il triunvirato a comando dell’esercito romano fu prontamente avvertito.
Alessandra Zulianica proponeva un attacco frontale con l’uso della fanteria pesante affiancato dal supporto della cavalleria, al contrario Alessandra Tenchinica, che già si trovava a confluire un terzo dell’esercito contro i Galli di Sinis, proponeva una tattica di logoramento per non impiegare le già esigue forze delle armate, come quella che coscientemente operò Quinto Fabio Massimo Cunctatore contro Annibale, quando questi giunse a minacciare l’Urbe. Il comandante in capo, Caio Giulio Pernatiano, cosciente del valore dei nemici quanto delle sue truppe e delle truppe dei suoi luogotenenti, stabilì di decidere un piano d’azione con le sue colleghe presso la tenda principale dell’accampamento.
Durante le consultazioni per decidere la disposizione delle legioni e del resto dell’esercito ci furono momenti di grande concentrazione, la visione tattica opposta delle due Alessandre trovava seguito nella visione di Pernatiano, che cercava di trovare una tattica abbastanza congeniale. Le consultazioni durarono sino a tarda notte, tuttavia l’indomani i comandanti era concordi nella linea da seguire e sembrarono ben determinati nei loro intenti quando lo stesso Pernatiano, salito sul podio più alto, si rivolse ai veterani alzando la mano destra.
“Quiriti! Legioni urbanistiche! Legioni di Piccinato e Lugli! Prestatemi orecchio nell’ora che precede la battaglia! Siate desti cavalieri di Valle Giulia! Quante pene abbiamo dovuto sopportare o figli di Vitruvio? Quante le tavole riviste? Quante le tavole ristampate? Quanti i sopralluoghi? Inutile che io li enumeri, inutile che io vi dia motivo per convincervi ad imbracciare i portamine e gli scudi contro il nemico che tanto dolore ha inferto nei nostri cuori…MA NE PAGHERA’ IL FIO! A tre settimane da oggi io giocherò a casa mia a Rome Total War. Immaginate dove vorrete essere perchè così sarà. Serrate i ranghi! SEGUITEMI! E se vi ritroverete soli, a cavalcare su verdi praterie col sole sulla faccia, non preoccupatevi troppo, perchè sarete in un maneggio e l’esame sarà già finito!! Fratelli! Ciò che facciamo in vita riecheggia nell'Eternità…E NELLO STATINO!”
Appena che Pernatiano ebbe terminato il suo discorso ci furono grandi urla di gioia tra le fila dell’esercito e tutti corsero ad imbracciare le proprie armi con grande determinazione.
Cesare…Ehm…Pernatiano divise l’esercito in due metà, una era comandata da lui stesso e da Zulianica, l’altra venne affidata a Tenchinica in modo che quest’ultima potesse agevolmente occuparsi dei Galli Sinis; Tuttavia Pernatiano, che ben sapeva a quali disastrose conseguenze potesse portare la divisione delle forze in campo, tenne per la sua metà la maggior parte della fanteria pesante e diede alla metà comandata da Tenchinica le truppe più leggere, in modo tale da permetterle di riunirsi con maggior velocità al resto dell’esercito.
Mentre i triunviri davano queste disposizioni, a nord del forte romano, nella piana intorno all’oppido di Latina, Cassettivellauno disponeva in linea il suo esercito nell’attesa che i romani facessero lo stesso. I Galli lanciavano urla orribili ed erano animati dalla convinzione di essere superiori per numero ai loro avversari, dal forte molti dei legionari rispondevano agli insulti lanciando tubi e volumi di “l’urbanistica di Roma e del Lazio” dagli spalti. Zulianica e Pernatiano, non ritenendo più utile attendere e volendo approfittare della foga dei veterani diedero ordine di aprire la porta nord e con grande disciplina schierarono le truppe.
L’ala destra era tenuta da Zulianica ed era composta dalla legione storica, da quella dei tessuti e da quella dei servizi; l’ala sinistra  era in mano a Pernatiano che comandava la grande legione dello schema progetto dei tessuti, nella seconda linea aveva disposto che i possenti ausiliari delle estrusioni intervenissero qualora cedesse la prima linea. Al centro entrambi i comandanti convenirono nel disporre la grande legione delle centralità con piccoli reparti di frombolieri delle tribù alleate delle Strade e dei Vuoti che con i loro proiettili avrebbero attutito la carica dei commenti di Cassettivellauno.
Frattanto Tenchinica prese la strada verso sud con la grande legione dello schema verde, i reparti della decimata ma possente I legione verde e un considerevole gruppo di pallocchi a cavallo.
A nord le avanguardie di Cassettivellauno lanciarono i primi Giavellotti, gli espropri e le classificazioni dei tessuti urbani, tentando di scarnificate le fila dell’ala di Zulianica che rispose con ben poche perdite. Pernatiano, notando movimenti nell’ala del collega, approfittò del momento per lanciare la carica dei suoi veterani della contro la seconda linea del nemico che sebbene fosse composta da innumerevoli revisioni e rinvii, sembrava male organizzata e priva di un punto di riferimento. Il comandante diede il segnale e tutta l’ala sinistra si riversò contro l’esercito nemico come un martello contro una mano quando si appende un quadro, questo evento infuse terrore nei cuori degli avversari e molti gettarono a terra il proprio scudo per scappare più agevolmente.
Vista la foga con cui combatteva l’ala sinistra, Zulianica colse subito l’occasione che sembrava prospettarsi e con grande velocità guidò il resto dell’esercito contro le truppe arrancanti di Cassettivellauno. Ma la battaglia, che sembrava vinta, finì col capovolgersi quando Cassettivellauno chiamò a sé i reparti di riserva formati dalla ferocissima tribù delle penne nere, che molto erano temute dalle legioni, specialmente da quelle di progetto che cominciarono ad arretrare impaurite dalle picche inchiostrate del nemico. Pregando gli Dei di accorrergli in aiuto, Pernatiano suonò il corno arrotolando l’ultimo foglietto rimastogli nella moleskina, e non fu vano.
Mentre infuriava la battaglia, Tenchinica, che dopo mezzo kilometro di cammino aveva già raggiunto la Pontina senza scorgere traccia dei Galli Sinis, venne raggiunta dai suoi esploratori che la informarono della fuga completa dei Galli Sinis che si erano ricongiunti alle Tribù della Vistola verso Nord Ovest sotto la spinta dei Terribili, sporchi e cattivi Germani Sbrana.
Nel momento stesso in cui capì la situazione udì il suono del corno di Pernatiano, compreso il pericolo volse l’esercito verso nord con tutta la velocità possibile.
Era quasi sera quando l’esercito romano stava per crollare contro l’urto delle orde di Cassettivellauno; Zulianica resisteva strenuamente e Pernatiano fu ferito al collo ma con i suoi movimenti di torcicollo creava sgomento nel nemico e questo fatto fece raccogliere il tempo necessario alle truppe di Roma perché Tenchinica giungesse nel momento migliore per rovesciare la situazione.
Grazie alle sue truppe leggere la bionda comandante aggirò completamente le truppe barbare impegnate a respingere i romani, con gran stupore di Cassettivellauno la furia romana sbucò alle sue spalle e l’orda barbara fu presa in una tenaglia d’acciaio che distrusse quasi completamente ogni piano regolatore schierato.
Cassettivellauno scappò via, sul campo di battaglia dovette abbandonare con grandissima sofferenza un bel trenta e lode che fu diviso equamente tra le truppe dei tre comandanti.
La battaglia fu assai cruenta, ma il lavoro che i tre generali portarono a termine fu magistrale ed essi capirono che un buon gruppo, ben gestito, dove si lavora bene e ci si vuole bene può esistere e può produrre ottimi frutti…E piacevoli ricordi!

Grazie Pentesilea!
Grazie Tersicore!


I legione verde in marcia....



postato da Ciciorix | 20:33 | commenti (3)

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